⚓️ Quando l’Obiettivo diventa un’Ancora della Negoziazione
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Aggiornamento: 9 ore fa

di Pierfrancesco C. Fasano
Introduzione – L’illusione del controllo
Nelle negoziazioni, commerciali, professionali, familiari o istituzionali, viene ripetuto come un mantra: “Devi avere un obiettivo chiaro”.
E’ proprio così vero ?
Sapere cosa si vuole, fissare un numero, definire una soglia: tutto sembra suggerire che il successo dipenda dalla forza e dalla precisione del goal.
Eppure, come ogni buon marinaio sa, un’ancora può salvare la nave oppure impedirle di ripartire.
Nel lavoro quotidiano di mediatori e negoziatori emerge sempre più spesso un paradosso: obiettivi troppo rigidi possono migliorare il risultato sulla carta, ma peggiorare l’esperienza, la relazione e talvolta persino l’esito complessivo.
Questo riflessione scritta esplora il lato meno raccontato della fissazione degli obiettivi nella negoziazione: quando l’obiettivo da bussola diventa zavorra.
L’ancora mentale: quanto pesa il primo numero ?
La psicologia cognitiva (Kahneman, D., & Tversky, A., Judgment under Uncertainty: Heuristics and Biases, Science, 1974; Tversky, A., & Kahneman, D., Judgment under Uncertainty, Science, 1974; Furnham, A., & Boo, H. C., A literature review of the anchoring effect, Journal of Socio-Economics, 2011) ci insegna che siamo fortemente influenzati dal primo riferimento numerico o concettuale che incontriamo.
Questo fenomeno, noto come effetto di ancoraggio, opera in modo silenzioso ma potente.
Esempio: la trattativa commerciale.
Un’impresa entra in una trattativa per una fornitura annuale:
• prezzo iniziale proposto: 100
• valore medio di mercato: 70
Dopo settimane di negoziazione, l’accordo si chiude a 85.
Sulla carta sembra una concessione significativa. In realtà, il risultato appare soddisfacente solo perché confrontato con l’ancora iniziale, non con il valore reale.
L’ancora non migliora il giudizio: lo distorce.
Lo stesso meccanismo si osserva:
• nelle trattative immobiliari,
• nei contenziosi risarcitori,
• nelle negoziazioni salariali,
• persino nelle discussioni familiari (“partiamo da questa cifra…”).
Obiettivi ambiziosi: più risultato, meno soddisfazione
Numerosi studi (Locke, E. A., & Latham, G. P., Building a practically useful theory of goal setting and task motivation, American Psychologist, 2002; Galinsky, A. D., & Mussweiler, T., First offers as anchors, Journal of Personality and Social Psychology, 2001) mostrano che chi si pone obiettivi elevati tende spesso a ottenere risultati economici migliori. Tuttavia il prezzo nascosto è psicologico e relazionale.
Esempio: una negoziazione in materia societaria.
In una negoziazione tra socio e società:
• l’obiettivo iniziale della parte è 200.000 euro
• l’accordo finale si chiude a 150.000, ben oltre la migliore alternativa processuale.
Dal punto di vista razionale è un ottimo risultato.
Dal punto di vista soggettivo, tuttavia, la parte esce insoddisfatta: “Non ho ottenuto quello che volevo.”
Il metro di valutazione non è l’obiettivo immaginato e non la realtà.
L’ancora resta fissa anche dopo l’accordo.
Quando l’obiettivo irrigidisce il processo
Un obiettivo dichiarato, difeso pubblicamente o interiorizzato come linea invalicabile, produce un effetto collaterale pericoloso: riduce la flessibilità negoziale.
Esempio: la trattativa tra partner commerciali.
Due imprese negoziano il rinnovo di un contratto pluriennale.
Una delle parti entra al tavolo con un obiettivo non negoziabile, già comunicato internamente e all’esterno.
Risultato:
• ascolto ridotto della controparte,
• scarsa esplorazione di soluzioni alternative,
• crescente tensione,
• rischio concreto di rottura.
Nel contesto italiano, dove molte relazioni sono di lungo periodo, questa rigidità:
• deteriora il rapporto,
• alimenta il contenzioso,
• distrugge valore.
L’obiettivo diventa una posizione mascherata.
L’ancora e l’etica: quando il fine giustifica i mezzi
Un tema raramente affrontato apertamente è il rapporto tra obiettivi rigidi e comportamenti opportunistici.
Quando il successo è misurato solo sul raggiungimento della meta:
• cresce la tentazione di omettere informazioni,
• forzare interpretazioni,
• spingere soluzioni formalmente corrette ma sostanzialmente squilibrate.
Esempio: il bonus legato al risultato
Un manager ha un bonus legato alla chiusura di un accordo entro fine anno.
L’obiettivo economico diventa prioritario rispetto alla qualità dell’intesa.
Il risultato?
• accordo chiuso,
• relazione compromessa,
• contenzioso differito.
Non è un problema morale astratto, ma di incentivi mal progettati.
Un obiettivo sbagliato può premiare il comportamento sbagliato.
Dall’obiettivo alla soglia: cambiare ancora
Una pratica particolarmente efficace, soprattutto in mediazione, è sostituire l’obiettivo rigido con una soglia consapevole.
Non chiedersi: “Ho raggiunto quello che volevo?”
Ma chiedersi: “Questo accordo è migliore della mia migliore alternativa realistica?”
Esempio: la scelta consapevole.
Una parte entra in mediazione con un obiettivo ambizioso, ma durante il percorso:
• valuta costi, tempi e incertezze del giudizio,
• ricalibra le aspettative,
• accetta un accordo solido e sostenibile.
Questo cambio di prospettiva:
• riduce l’effetto di ancoraggio,
• aumenta la soddisfazione,
• produce accordi più stabili.
L’ancora non scompare: viene sollevata al momento giusto.
Il ruolo del mediatore: aiutare a salpare
Il mediatore non è chiamato a “far cedere” le parti, ma a:
• far emergere le ancore invisibili,
• distinguere tra interessi, aspettative e fissazioni,
• aiutare a rinegoziare il metro del successo.
Esempio: il lavoro silenzioso.
Nel corso delle sessioni:
• il mediatore riformula,
• colloca le diverse questioni delle parti in possibile prospettiva,
• introduce confronti realistici,
• riporta l’attenzione sul rischio del non accordo.
Un buon percorso di mediazione non elimina gli obiettivi, ma li ricolloca:
• nel tempo,
• nella relazione,
• nella realtà concreta delle alternative.
Conclusione – Saper gettare e saper levare l’ancora
Avere obiettivi è utile. Restarne prigionieri, no.
Nella negoziazione matura (personale, professionale o istituzionale) la vera competenza, che non vuol dire fissare l’ancora più pesante, ma sapere quando usarla e quando salpare.
È in questo spazio di consapevolezza che la negoziazione smette di essere una prova di forza e diventa uno strumento di governo del conflitto, capace di creare valore, preservare relazioni e ridurre il contenzioso.
Letture consigliate
Autori italiani
• Elogio del dubbio - Gianrico Carofiglio, Einaudi, 2022
(Sul valore del dubbio come competenza decisionale e negoziale)
• La negoziazione. Psicologia della trattativa – Rino Rumiati & Davide Pietroni, Raffaello Cortina Editore, 2001
(Una guida con esempi per comprendere dinamiche, trappole cognitive e opportunità nei processi di negoziazione, utile nel lavoro e nella vita quotidiana)
Autori stranieri
• Thinking Fast and Slow – Daniel Kahneman, Farrar, Straus and Giroux, 2011
(Bias cognitivi, ancoraggio e decision-making)
• Negotiating the Nonnegotiable - Daniel Shapiro, Viking, 2016
(Identità, emozioni e rigidità negoziale)




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