
🤖 Prompt Engeneering per Mediatori: come usare l’intelligenza artificiale senza perdere l’intelligenza della mediazione
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- 1 giorno fa
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Aggiornamento: 35 minuti fa
di Pierfrancesco C. Fasano
L’intelligenza artificiale generativa può accompagnare il mediatore durante l’intero ciclo della procedura: nella preparazione dell’incontro, nell’analisi dei documenti, nella formulazione delle domande, nella ricerca di possibili opzioni negoziali e nella redazione dei documenti conclusivi.
Ma può davvero aiutare a mediare meglio?
La Prompt Engineering for Mediators – Leveraging Generative AI across the Mediation Lifecycle, pubblicata nel 2026 dal Singapore Mediation Centre, dalla Singapore Academy of Law e da Microsoft, risponde in modo pragmatico. L’intelligenza artificiale può diventare un valido “thinking partner”, purché non sostituisca il giudizio professionale, la neutralità, l’empatia e la responsabilità del mediatore.
Il valore della Guida risiede soprattutto nella sua impostazione operativa: non si limita a descrivere opportunità e rischi, ma propone criteri, cautele ed esempi di prompt utilizzabili nelle diverse fasi della mediazione.
L’intelligenza artificiale come assistente, non come mediatore
La premessa fondamentale è netta: l’intelligenza artificiale può assistere il mediatore, ma non può mediare.
Può riordinare informazioni complesse, sintetizzare le posizioni delle parti, costruire una cronologia, individuare temi ricorrenti, semplificare concetti tecnici o suggerire domande aperte. Non può, invece, percepire realmente il clima della sessione, interpretare un silenzio, riconoscere l’esitazione di una parte o comprendere pienamente il significato relazionale di una proposta.
Un sistema di AI analizza ciò che riceve. Il mediatore osserva anche ciò che non viene detto.
La macchina non possiede una responsabilità professionale, non è tenuta alla riservatezza nello stesso senso in cui lo è il mediatore e non può garantire imparzialità, buona fede o correttezza del procedimento. Questi doveri restano integralmente in capo al professionista.
L’AI deve quindi essere considerata un supporto al ragionamento: uno strumento capace di offrire ipotesi, alternative e possibili prospettive, non una fonte alla quale delegare valutazioni o decisioni.
Che cosa significa costruire un buon prompt
Il prompt è l’istruzione impartita al sistema di intelligenza artificiale. La sua qualità influenza direttamente la pertinenza e l’utilità della risposta.
Secondo la Guida, un prompt efficace dovrebbe contenere quattro elementi:
Obiettivo: che cosa si chiede concretamente al sistema di fare.
Contesto: quale situazione deve essere considerata e quale ruolo deve assumere l’AI
Aspettative: tono, struttura, lunghezza, limiti e formato della risposta.
Fonti: materiali sui quali il sistema deve basarsi.
Non basta, quindi, chiedere genericamente di “analizzare una controversia”. È preferibile precisare che il sistema deve assistere un mediatore neutrale, utilizzare esclusivamente gli estratti anonimizzati forniti, distinguere i fatti dalle affermazioni delle parti e formulare domande aperte senza esprimere opinioni sul merito.
Un prompt ben costruito può, ad esempio, chiedere:
“Utilizzando esclusivamente gli estratti anonimizzati riportati di seguito, individua le questioni controverse e formulale in termini neutrali. Indica i possibili interessi sottostanti come semplici ipotesi da verificare e suggerisci cinque domande aperte che il mediatore potrebbe rivolgere alle parti. Non valutare la fondatezza delle rispettive posizioni e non aggiungere fatti non presenti nei documenti.”
Questa struttura contiene già alcune garanzie essenziali: delimita la funzione dell’AI, evita giudizi sul merito, impedisce di colmare arbitrariamente le lacune e preserva il ruolo del mediatore.
Prima della mediazione: comprendere senza pregiudicare
La fase preparatoria è probabilmente quella nella quale l’intelligenza artificiale può offrire il contributo più immediato.
Il mediatore può utilizzarla per:
sintetizzare memorie e documenti;
ricostruire una cronologia;
comparare le proposte delle parti;
predisporre una lista neutrale delle questioni;
individuare possibili interessi commerciali, economici, reputazionali o relazionali;
elaborare domande aperte;
approfondire terminologie tecniche o prassi di settore;
preparare comunicazioni e dichiarazioni introduttive;
esaminare, in via preliminare, eventuali squilibri informativi o negoziali.
Occorre tuttavia evitare che la sintesi prodotta dal sistema si trasformi in una lettura precostituita del conflitto. Se l’AI segnala un possibile interesse, una vulnerabilità o uno squilibrio di potere, il mediatore non deve considerarli accertati. Si tratta di piste da esplorare attraverso l’ascolto, le domande e il confronto con le parti.
Anche il linguaggio del prompt è determinante. Chiedere di individuare “le responsabilità della parte” orienta il sistema verso una logica accusatoria. Chiedere di “elencare le questioni sulle quali le ricostruzioni delle parti divergono” mantiene invece una prospettiva compatibile con la funzione facilitativa.
La neutralità non riguarda soltanto la risposta dell’AI: deve essere incorporata nella domanda che le viene rivolta.
Durante la mediazione: ampliare le opzioni senza delegare il processo
Durante la sessione, l’AI può aiutare a generare opzioni, riformulare espressioni conflittuali, semplificare concetti complessi o suggerire domande utili a superare una fase di impasse.
Se le parti sono bloccate sulla quantificazione economica, il sistema può proporre variabili ulteriori: dilazioni, prestazioni future, modifiche contrattuali, garanzie, riservatezza, scuse, dichiarazioni di riconoscimento, prosecuzione del rapporto commerciale o delimitazione delle rinunce reciproche.
Tali indicazioni devono però essere presentate come possibilità, mai come la soluzione raccomandata dall’AI o dal mediatore. La decisione deve rimanere nelle mani delle parti.
Ancora più delicato è l’impiego dell’AI per riformulare espressioni aggressive. Il sistema può trasformare un’accusa in una formulazione meno conflittuale, facendo emergere il bisogno o la preoccupazione sottostante. Spetta però al mediatore verificare che la riformulazione non alteri il significato, non attenui una condizione essenziale e non introduca una lettura estranea alla volontà della parte.
La Guida invita inoltre alla prudenza nell’impiego in tempo reale. Il mediatore non dovrebbe lasciare che lo schermo sottragga attenzione alla relazione. La presenza, l’ascolto e la capacità di “leggere la stanza” restano componenti insostituibili della mediazione.
Dopo la mediazione: documentare ciò che è stato realmente concordato
L’intelligenza artificiale può agevolare anche la fase conclusiva, predisponendo una prima struttura dell’accordo, una tabella degli adempimenti, una comunicazione di chiusura o una nota interna.
Il rischio principale è che il sistema completi automaticamente ciò che appare mancante o inserisca clausole normalmente presenti in accordi analoghi. Nella mediazione, tuttavia, il documento deve riflettere esclusivamente ciò che le parti hanno effettivamente concordato.
Per questo motivo il prompt dovrebbe imporre di:
utilizzare soltanto i punti espressamente approvati;
non desumere condizioni ulteriori;
inserire segnaposto quando mancano importi, date o soggetti;
segnalare le ambiguità;
distinguere gli elementi definitivi da quelli ancora da confermare;
sottoporre il testo alla verifica delle parti e, quando necessario, dei loro avvocati.
L’AI può produrre una bozza, ma la responsabilità dell’esattezza e della coerenza dell’accordo non può essere automatizzata. Restano inoltre indispensabili l’approvazione consapevole delle parti e la revisione legale quando il contenuto lo richieda.
Le sei regole essenziali
La Guida sintetizza l’uso responsabile dell’intelligenza artificiale in sei regole.
La prima è considerare l’AI come ausilio e non come sostituto del giudizio professionale.
La seconda vieta di inserire materiale riservato in strumenti generativi pubblici.
La terza richiede l’anonimizzazione e la rimozione dei dati identificativi, in particolare quando non si utilizzano piattaforme enterprise.
La quarta impone di verificare ogni risultato prima di utilizzarlo o condividerlo.
La quinta invita a trattare le indicazioni prodotte dall’AI come possibili aree di esplorazione e non come conclusioni.
La sesta riguarda la trasparenza: il mediatore dovrebbe informare le parti sull’uso dell’intelligenza artificiale in conformità alla legge, agli accordi, ai regolamenti applicabili e ai propri obblighi professionali ed etici.
Queste regole esprimono un principio più ampio: l’innovazione è compatibile con la mediazione soltanto se rafforza, anziché indebolire, la fiducia nel procedimento.
Riservatezza e distinzione tra strumenti pubblici ed enterprise
Uno dei passaggi più importanti riguarda la differenza tra strumenti pubblici o consumer e sistemi enterprise utilizzati nell’ambito di un’organizzazione.
Nei servizi pubblici, i prompt possono essere conservati, sottoposti a controlli o utilizzati, secondo le condizioni contrattuali applicabili, per migliorare i sistemi. Questi strumenti dovrebbero quindi essere limitati a ricerche generali, materiali pubblici e contenuti non riservati.
Le piattaforme enterprise possono offrire garanzie più solide in materia di conservazione, accesso, sicurezza e mancato utilizzo dei dati per l’addestramento. Ciò non rende però automaticamente legittimo l’inserimento di informazioni riservate. Il mediatore deve comunque verificare il contratto del servizio, la configurazione dello strumento, le regole della procedura, gli obblighi di protezione dei dati e l’eventuale necessità del consenso delle parti.
La Guida raccomanda di anonimizzare sempre i materiali, eliminare nomi, dati finanziari, numeri di procedimento e altri identificatori, caricare soltanto gli estratti indispensabili e utilizzare una conversazione separata per ogni mediazione, evitando contaminazioni di contesto.
Particolare cautela deve essere riservata alle informazioni comunicate in sessione separata, alle ammissioni e alle proposte transattive. Tali contenuti non dovrebbero essere inseriti in alcun sistema, salvo la presenza di un ambiente enterprise chiaramente regolato, verificato e autorizzato dalle parti.
Il mediatore dovrebbe porsi una domanda molto semplice: sarei disposto a spiegare a entrambe le parti quali informazioni ho inserito, perché l’ho fatto e come ho protetto la loro riservatezza? Se la risposta non è pienamente affermativa, quei dati non dovrebbero essere utilizzati.
Allucinazioni, pregiudizi e perdita del contesto
I sistemi generativi possono produrre informazioni inesatte, incomplete o completamente inventate. Possono inoltre riprodurre pregiudizi presenti nei dati di addestramento o essere influenzati dalla formulazione della richiesta.
In mediazione, un errore può avere conseguenze particolarmente rilevanti: una sintesi apparentemente neutrale potrebbe privilegiare la narrazione di una parte; una traduzione potrebbe modificare il tono di una proposta; un’ipotesi potrebbe essere scambiata per un fatto; una soluzione “tipica” potrebbe non essere adatta alle esigenze specifiche dei partecipanti.
L’AI non conosce necessariamente ciò che è accaduto prima della sessione, non percepisce il grado di fiducia tra le parti e non comprende il valore emotivo o simbolico di una richiesta. Non può neppure ricostruire le informazioni intenzionalmente separate tra sessione congiunta e incontri riservati.
Per queste ragioni, ogni risultato deve essere sottoposto a una triplice verifica: rispetto alle fonti, rispetto alla neutralità e rispetto al contesto umano della procedura.
Squilibri di potere, lingua e differenze culturali
La Guida individua nell’AI un possibile supporto anche nella gestione delle asimmetrie. Il sistema può aiutare il mediatore a spiegare il procedimento in un linguaggio accessibile, predisporre materiali comprensibili e formulare domande per verificare che ciascuna parte abbia avuto una reale possibilità di partecipare.
Questo supporto non deve trasformarsi in assistenza a favore della parte meno strutturata né sostituire la consulenza legale indipendente. L’obiettivo è garantire l’equità del processo, non riequilibrare il merito della controversia.
Analoga prudenza è necessaria sul piano linguistico e culturale. L’AI può fornire informazioni generali sulle forme di comunicazione, sui processi decisionali o sulle prassi negoziali diffuse in un determinato contesto. Queste indicazioni non devono però diventare stereotipi. La cultura può offrire una chiave interpretativa, ma non definisce automaticamente il comportamento del singolo partecipante.
Anche nella traduzione deve essere assicurata parità di trattamento: se l’AI viene utilizzata per facilitare la comprensione di una parte, un supporto equivalente deve essere disponibile anche per l’altra.
Una nuova competenza professionale del mediatore
La prompt engineering non è soltanto una tecnica informatica. Per il mediatore rappresenta un esercizio di precisione metodologica.
Formulare un buon prompt significa chiarire l’obiettivo, separare fatti e interpretazioni, esplicitare i limiti, usare un linguaggio non valutativo e interrogarsi sulle informazioni realmente necessarie. Sono competenze molto vicine a quelle già richieste dalla mediazione.
L’AI può inoltre diventare uno strumento di formazione continua. Attraverso simulazioni, role play e analisi di scenari, il mediatore può esercitarsi nella gestione dell’impasse, verificare la neutralità delle proprie domande, esplorare approcci alternativi e riflettere sulle tecniche utilizzate in casi precedenti, purché ogni riferimento identificativo sia eliminato.
Rimane, tuttavia, il rischio dell’eccessiva dipendenza. Se il professionista accetta automaticamente le risposte, la tecnologia può indebolire proprio quelle capacità critiche che dovrebbe sostenere. Il valore non deriva dalla quantità di AI utilizzata, ma dalla qualità del controllo esercitato sul suo impiego.
Conclusioni: più tecnologia richiede più responsabilità
La Guida offre una visione equilibrata e convincente. L’intelligenza artificiale può rendere la preparazione più rapida, ampliare le opzioni, migliorare la chiarezza delle comunicazioni e sostenere la riflessione professionale. Non può però assumere la funzione del mediatore né appropriarsi del processo decisionale delle parti.
Il futuro della mediazione non sembra quindi destinato a una contrapposizione tra persone e macchine. La vera distinzione sarà tra un uso inconsapevole dell’AI e un uso professionale, trasparente e responsabile.
Per gli organismi di mediazione e per i singoli mediatori diventerà sempre più opportuno adottare regole interne sull’utilizzo dei sistemi generativi, selezionare strumenti tecnicamente adeguati, formare i professionisti, stabilire criteri per l’anonimizzazione dei dati e definire modalità di informazione delle parti.
La competenza digitale entrerà così a far parte della competenza professionale del mediatore. Ma il centro della procedura resterà immutato: l’ascolto, la fiducia, la comprensione del conflitto e l’autodeterminazione delle parti. L’intelligenza artificiale potrà aiutare il mediatore a preparare meglio il percorso; non potrà percorrerlo al suo posto.




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