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⛷️Milano-Cortina 2026 come stress test della giustizia sportiva: è il momento di portare la mediazione al centro

Editoriale di Pierfrancesco C. Fasano


Milano-Cortina 2026 non sarà soltanto una straordinaria celebrazione dello sport. Sarà anche, inevitabilmente, una prova di tenuta per l’architettura della giustizia sportiva internazionale.


Ogni grande evento moltiplica le tensioni: selezioni contestate, ammissibilità degli atleti, conflitti contrattuali, questioni disciplinari, governance federale, diritti commerciali. Aumentano la velocità delle decisioni richieste, la pressione mediatica, l’impatto reputazionale. In questo contesto, i sistemi di risoluzione delle controversie vengono messi alla prova non solo nella loro capacità di decidere, ma nella loro capacità di gestire il conflitto in modo intelligente.


E qui emerge un dato che, da operatore, trovo sempre più evidente: la mediazione funziona, ma resta troppo spesso ai margini.


Le statistiche che provengono dalla pratica professionale parlano chiaro. Quando le parti siedono realmente a un tavolo mediativo, la probabilità di accordo è altissima. I tempi si comprimono, i costi diminuiscono, le relazioni – elemento essenziale nello sport – vengono preservate. Non siamo di fronte a uno strumento sperimentale, bensì a una tecnologia istituzionale matura.


Perché allora continua a essere poco utilizzata?


La risposta non è giuridica, ma culturale e organizzativa. Molte controversie vengono incanalate automaticamente verso l’arbitrato. È una scelta comprensibile: servono decisioni rapide, vincolanti, uniformi. L’arbitrato è e resterà un pilastro imprescindibile.


Il problema nasce quando diventa l’unico linguaggio possibile.


Quando le parti vengono educate fin dall’inizio a combattere, anziché a esplorare soluzioni, il conflitto si irrigidisce. Le posizioni si radicalizzano. Anche laddove esistono margini negoziali, diventa più difficile vederli.


La mediazione non è l’alternativa debole all’arbitrato. È il suo complemento naturale.


Un sistema evoluto non contrappone gli strumenti; li orchestra. Sa che alcune controversie hanno bisogno di un lodo. Altre hanno bisogno di una conversazione guidata. Molte hanno bisogno di entrambe, in sequenza.


Ed è qui che Milano-Cortina 2026 assume un valore che va oltre l’evento sportivo. Può diventare il momento in cui il settore decide di fare un salto di qualità nella progettazione dei percorsi di giustizia.


Immaginiamo cosa significherebbe integrare davvero la mediazione:


  • attivazioni precoci prima che le posizioni si cristallizzino;

  • protocolli chiari di referral (chi, quando e come la controversia viene indirizzata in mediazione)

  • neutrali capaci di accompagnare le parti nella scelta del percorso più adeguato;

  • uso adeguato delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale per superare barriere geografiche, temporali e linguistiche


Non si tratta di teoria. È organizzazione.


Nei calendari olimpici, dove ogni giorno conta, prevenire settimane di contenzioso può fare la differenza tra partecipare o restare esclusi, tra mantenere una relazione o comprometterla definitivamente.


Inoltre, lo sport vive di comunità, identità, continuità. La pura vittoria processuale non sempre coincide con la soluzione migliore per il sistema.


Per questo ritengo che la vera sfida dei prossimi anni non sia dimostrare che la mediazione funziona. Questo lo sappiamo già.


La sfida è inserirla stabilmente nell’ingegneria istituzionale della giustizia sportiva.


Se Milano-Cortina 2026 saprà stimolare questa riflessione, avrà lasciato un’eredità che va ben oltre medaglie e classifiche. Avrà contribuito a costruire un modello capace di decidere quando necessario, ma anche di comporre quando possibile.


È, in fondo, ciò che distingue un sistema che risolve casi da un sistema che governa conflitti.

 
 
 

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