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🇴🇲Il Piano d’azione di Mascate: il contributo dell’Oman a un nuovo modello di costruzione della pace

di Pierfrancesco C. Fasano

Dalla prassi diplomatica a un quadro internazionale

Il lancio del Piano d’Azione di Mascate (Muscat Plan of Action), avvenuto l’11 giugno 2026 presso la sede delle Nazioni Unite a New York, rappresenta un passaggio significativo nell’evoluzione degli strumenti internazionali di prevenzione dei conflitti.


La sua denominazione completa — Piano d’azione di Mascate per i leader e i popoli tradizionali e indigeni nel contrasto ai discorsi d’odio e nella prevenzione del genocidio, degli altri crimini atroci e del loro incitamento attraverso la mediazione di pace — restituisce l’ampiezza dei suoi obiettivi e, al tempo stesso, l’originalità dell’approccio adottato.


Il Piano non istituisce un nuovo organismo giudicante né introduce una procedura vincolante di risoluzione delle controversie. Si tratta, piuttosto, di uno strumento di indirizzo volto a riconoscere, sostenere e mettere in relazione soggetti che spesso operano al di fuori delle strutture diplomatiche e giudiziarie formali, ma che dispongono di conoscenze, autorevolezza e legittimazione all’interno delle rispettive comunità.


Il legame con Mascate appare particolarmente significativo. Il Sultanato dell’Oman persegue da tempo una politica estera fondata sul dialogo, sulla discrezione e sulla conservazione dei canali di comunicazione, anche tra parti i cui rapporti diretti risultano compromessi o interrotti. Il Piano trasferisce alcuni elementi di questa cultura diplomatica in un quadro internazionale più ampio, incentrato sulla prevenzione e sulla mediazione di pace radicata nelle comunità.

Origini e finalità del Piano

Il Piano è il risultato di un processo di consultazione durato tre anni, promosso dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio e la responsabilità di proteggere e dal Network for Religious and Traditional Peacemakers, con il sostegno del Sultanato dell’Oman.


Le due principali consultazioni internazionali si sono svolte ad Abuja nel giugno 2022 e a Mascate nel novembre 2023. Vi hanno partecipato leader e rappresentanti di popoli tradizionali e indigeni provenienti da differenti contesti geografici, culturali e istituzionali.


Il punto di partenza è essenzialmente pragmatico. In molte società, capi clan, autorità tribali, anziani, istituzioni indigene e altre figure comunitarie continuano a esercitare funzioni rilevanti di governo locale, prevenzione dei conflitti e risoluzione delle controversie. Possono individuare tensioni emergenti prima che diventino visibili alle autorità nazionali o internazionali, facilitare la comunicazione tra gruppi contrapposti e contribuire alla ricostruzione delle relazioni dopo episodi di violenza.


La loro importanza cresce di fronte alla combinazione tra conflitti armati, migrazioni forzate, degrado ambientale, competizione per le risorse naturali, disinformazione e ostilità fondate sull’identità. In tale contesto, il discorso d’odio può costituire tanto un segnale di allarme precoce quanto un fattore capace di accelerare la discriminazione, la violenza e, nelle situazioni più gravi, la commissione di crimini atroci.


Il Piano mira quindi a sottrarre la leadership tradizionale e indigena alla posizione marginale che spesso occupa nei processi internazionali di pace, inserendola in una relazione strutturata con gli Stati, la società civile, le organizzazioni internazionali e i mezzi di comunicazione.

Capacità, comunicazione e collaborazione

Le raccomandazioni del Piano sono organizzate intorno a tre direttrici principali: capacità, comunicazione e collaborazione.


La prima riguarda il rafforzamento dei meccanismi tradizionali e indigeni di risoluzione delle controversie, nel necessario rispetto degli standard internazionali in materia di diritti umani. Il Piano propone percorsi di formazione adeguati ai singoli contesti in materia di mediazione, negoziazione, allerta precoce, monitoraggio dei diritti umani e risposta non violenta all’incitamento.


Non si tratta soltanto di trasferire modelli elaborati all’esterno, ma anche di favorire lo scambio e la condivisione delle conoscenze. Le comunità tradizionali e indigene non sono considerate semplici destinatarie di interventi formativi, bensì portatrici di esperienze e sistemi di gestione dei conflitti dai quali anche le istituzioni nazionali e internazionali possono apprendere.


Seconda. La comunicazione è considerata parte integrante dell’attività di prevenzione. Il Piano incoraggia il dialogo comunitario, la narrazione delle esperienze, i processi di ricerca condivisa della verità e il confronto tra generazioni. Promuove inoltre la costruzione di narrazioni alternative capaci di contrastare stereotipi discriminatori, falsi miti e ideologie ostili.


Una specifica attenzione è riservata alla diffusione dei discorsi d’odio attraverso le piattaforme digitali, alla disinformazione e ai rischi connessi all’impiego dell’intelligenza artificiale nei processi di produzione e circolazione dei contenuti.


La terza direttrice riguarda la collaborazione tra le strutture tradizionali o indigene e le istituzioni pubbliche. L’obiettivo non è sostituire lo Stato né creare sistemi paralleli di autorità. La responsabilità primaria di proteggere le popolazioni dal genocidio e dagli altri crimini atroci continua a spettare agli Stati. I meccanismi comunitari sono chiamati a svolgere una funzione complementare, offrendo conoscenze locali, rapporti fiduciari e capacità di accesso di cui le istituzioni formali potrebbero non disporre.


Il Piano raccomanda pertanto di creare canali di comunicazione più chiari, rafforzare la cooperazione con le autorità politiche, coinvolgere i rappresentanti delle comunità nei sistemi di allerta precoce e integrare i meccanismi locali nelle strategie nazionali e internazionali di prevenzione.

La mediazione di pace come strumento di prevenzione

Uno degli aspetti più innovativi del Piano consiste nel considerare la mediazione non soltanto come uno strumento per comporre una controversia già insorta, ma anche come un processo preventivo. La mediazione può consentire di affrontare le ragioni del malcontento, correggere narrazioni pericolose, riattivare la comunicazione e ridurre il rischio che il conflitto degeneri.


Questa impostazione amplia anche la nozione convenzionale di mediatore. I leader tradizionali e indigeni non agiscono necessariamente come professionisti neutrali sulla base di regolamenti istituzionali. La loro efficacia può derivare dal riconoscimento sociale, dalla conoscenza del contesto culturale, dalla prossimità alle parti e dalla capacità di rappresentare il conflitto attraverso un linguaggio comprensibile e accettabile per la comunità.


Tale mediazione può assumere particolare rilievo quando le tensioni riguardano l’identità, la religione, la terra, le risorse naturali, gli spostamenti forzati o le ingiustizie storiche. In simili contesti, una soluzione limitata ai diritti giuridici delle parti potrebbe non riuscire ad affrontare le relazioni, le memorie collettive e le esigenze di riconoscimento e dignità poste alla base del conflitto.


Il Piano evita, tuttavia, di attribuire alle autorità tradizionali una funzione necessariamente positiva o una rappresentatività automatica. Sottolinea la necessità di analizzare ogni contesto, valutare vantaggi e limiti dei meccanismi locali e garantire la partecipazione effettiva delle donne e dei giovani.


Il principio dell’“inclusività fin dalla progettazione” richiede, in particolare, che le diverse componenti della comunità siano rappresentate sin dalle fasi iniziali dei processi di dialogo, negoziazione e mediazione.

Il significato del ruolo dell’Oman

Il contributo dell’Oman va oltre l’aver legato il nome della propria capitale all’iniziativa. La consultazione di Mascate ha offerto uno spazio nel quale le esperienze locali, le conoscenze indigene e le politiche internazionali hanno potuto confrontarsi.


Questa funzione di convocazione e facilitazione riflette un metodo diplomatico consolidato: creare uno spazio protetto di comunicazione senza pretendere di dominare il processo o determinarne l’esito.


Il modello omanita appare rilevante perché una mediazione efficace non dipende esclusivamente dalla neutralità formale. Richiede anche credibilità, riservatezza, pazienza e fiducia da parte dei soggetti coinvolti. L’autorevolezza del mediatore deriva spesso dalla sua capacità di preservare relazioni attraverso divisioni politiche, culturali e religiose.


La prassi diplomatica dell’Oman dimostra come uno Stato possa esercitare la propria influenza attraverso la facilitazione e la costruzione della fiducia, piuttosto che mediante la pressione pubblica.


Il Piano trasferisce questo principio nella dimensione comunitaria della costruzione della pace. La prevenzione sostenibile non può essere progettata esclusivamente nelle capitali diplomatiche o nelle sedi delle organizzazioni internazionali. Deve coinvolgere anche coloro che sono in grado di comprendere come nascono le rivendicazioni, attraverso quali canali si diffondono le narrazioni ostili e quali forme di dialogo conservano una reale legittimità nel contesto interessato.

Dalle raccomandazioni all’attuazione

Il Piano di Mascate è uno strumento di soft law e si definisce espressamente un documento dinamico, destinato a evolversi nel tempo. Il suo valore dipenderà quindi dall’attuazione concreta più che dall’adozione formale.


Le raccomandazioni dovranno essere adattate ai singoli ordinamenti e contesti sociali, sostenute da adeguate risorse umane ed economiche e accompagnate da sistemi partecipativi di monitoraggio e valutazione.


Alcune garanzie saranno essenziali. La cooperazione con le istituzioni tradizionali dovrà rispettare il diritto internazionale dei diritti umani; la legittimazione comunitaria non potrà essere semplicemente presunta; la libertà di espressione dovrà essere accuratamente distinta dall’incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza; la partecipazione delle donne, dei giovani e dei gruppi marginalizzati dovrà essere effettiva e non soltanto simbolica.


La funzione di coordinamento attribuita all’Ufficio delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio e la responsabilità di proteggere potrà assicurare continuità istituzionale. L’attuazione richiederà, tuttavia, una cooperazione duratura tra Stati, organizzazioni regionali, società civile, università, mezzi di comunicazione, imprese tecnologiche e attori comunitari.

Conclusioni

Il Piano d’azione di Mascate non propone un unico modello di mediazione da applicare indistintamente in società differenti. La sua tesi centrale è più articolata: la costruzione internazionale della pace diventa più efficace quando le istituzioni formali riconoscono e coinvolgono responsabilmente i sistemi locali di dialogo, governo e risoluzione delle controversie che godono della fiducia delle comunità.


In un’epoca nella quale la comunicazione digitale può trasformare rapidamente il pregiudizio in ostilità organizzata, un intervento tempestivo e credibile risulta essenziale. I leader tradizionali e indigeni possono offrire le conoscenze culturali, la capacità di accesso e le relazioni fiduciarie necessarie per individuare i segnali di pericolo, contrastare l’incitamento e creare spazi di dialogo prima che la violenza diventi irreversibile.


Contribuendo a collocare questo approccio all’interno di un quadro promosso dalle Nazioni Unite, l’Oman ha offerto un apporto originale alla prevenzione internazionale dei conflitti. Mascate non si presenta soltanto come sede di incontri diplomatici, ma come punto di origine di una visione più ampia: una pace costruita attraverso la fiducia, una prevenzione radicata nelle comunità e una mediazione concepita come responsabilità condivisa della comunità internazionale.

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